L’incertezza geopolitica continua a tenere in scacco gli investitori, nonostante i recenti exploit delle Borse. A fotografare il momento di mercato è Antonio Tognoli, responsabile macro analisi e comunicazione di Cfo Sim, che traccia un quadro complesso e ricco di contraddizioni. “Nonostante le Borse abbiamo raggiunto nuovamente i massimi, le preoccupazioni degli investitori riguardo ai negoziati tra Stati Uniti e Iran continuano”, spiega Tognoli.
Inflazione persistente e fiducia in calo
Il contesto economico resta poi altrettanto complesso. Secondo Tognoli, “a livello di dati economici i più recenti evidenziano un’inflazione elevata e persistente e un calo della fiducia dei consumatori, mettendo in luce un delicato equilibrio”. Osservando l’economia nel suo complesso, si nota una combinazione di inflazione rigida, continue preoccupazioni sul mercato del lavoro e interrogativi sulla crescita economica futura, elementi che sottolineano il crescente dilemma della Fed, impegnata a valutare tutti questi rischi nel suo approccio ai tassi di interesse.
I numeri dell’inflazione di marzo
Particolare attenzione è stata riservata agli ultimi dati sull’inflazione di marzo. “Nel complesso, il rapporto PCE delinea un quadro di rischi inflazionistici elevati e persistenti, presenti anche prima dell’escalation del conflitto”, osserva Tognoli. Il PCE core, misura preferita dalla Banca Centrale americana, si è mantenuto allo 0,4% per il secondo mese consecutivo, portando il dato su base annua al 3%, ancora sopra l’obiettivo del 2% della Fed. Dal dicembre 2023, quando l’inflazione aveva raggiunto per la prima volta il 3,1%, non si sono registrati progressi complessivi verso quel target.
Il rapporto sull’indice dei prezzi al consumo (CPI) di marzo ha mostrato un aumento mensile dello 0,9%, indotto dal recente shock energetico. L’inflazione di base è cresciuta solo dello 0,2%, mentre l’inflazione dei servizi è scesa al livello più basso su base annua da marzo 2021. Un segnale positivo, ma permangono pressioni: l’inflazione di base (esclusi gli alloggi), indicatore utilizzato dalla Fed per valutare l’inflazione futura del settore servizi, è aumentata solo dello 0,18% a marzo, dopo aumenti più consistenti nei mesi precedenti. Un mix che, secondo Tognoli, indica probabili pressioni al rialzo anche sul settore dei servizi.
Servizi e manifattura: prezzi in impennata
A confermare le tensioni inflazionistiche arriva anche l’indice dei servizi dell’Institute for Supply Management (ISM), che ha mostrato un’impennata dei prezzi pagati dalle imprese di servizi a 70,7 punti, il livello più alto da ottobre 2022. “Questo dato è correlato all’inflazione del settore dei servizi e indica una probabile persistenza delle pressioni inflazionistiche nei prossimi mesi”, spiega Tognoli, “soprattutto se combinato con l’indice manifatturiero ISM pubblicato la settimana precedente, che ha mostrato un’impennata dei prezzi pagati dalle imprese manifatturiere al livello più alto da giugno 2022”.
Il difficile compito della Fed
Di fronte a questo scenario, la banca centrale americana si trova ancora una volta in una posizione difficile. “Deve stabilire se il recente conflitto stia causando un’impennata transitoria dei prezzi dell’energia destinata a diminuire, oppure se si ripercuoterà sull’inflazione di fondo, alterando in modo permanente le aspettative dei consumatori”, osserva Tognoli. Il rischio è concreto: se consumatori e imprese si aspettano un’inflazione permanente, le loro azioni potrebbero creare una profezia che si autoavvera, simile a quanto accaduto nel periodo 1966-1982, la cosiddetta Grande Inflazione, quando l’aumento delle aspettative spinse le persone ad agire in modi che garantirono prezzi più alti, dalle spirali salari-prezzi ai tentativi dei consumatori di anticipare l’inflazione.
I verbali della riunione del 18 marzo della Fed rivelano un comitato che valuta attentamente questi rischi. Pur propensi a mantenere i tassi invariati, la maggioranza dei membri ha osservato che i progressi verso il target di inflazione potrebbero essere più lenti del previsto. Alcuni partecipanti ritengono addirittura opportuno discutere di un potenziale aumento dei tassi, soprattutto considerando che le previsioni dello staff indicano che l’inflazione non si avvicinerà al target del 2% prima della fine del 2027.
Fiducia dei consumatori ai minimi storici
I timori legati all’aumento dei prezzi hanno già iniziato a pesare sulla fiducia dei consumatori, con potenziali ripercussioni sulle abitudini di spesa. L’indagine sul sentiment dell’Università del Michigan ha registrato un netto peggioramento, con l’indice di fiducia generale sceso a 47,6 punti, il valore più basso nella storia dell’indagine (dal gennaio 1978). Il calo è stato generalizzato, interessando tutte le affiliazioni politiche, i livelli di reddito e le fasce d’età.
Crescono inoltre le preoccupazioni per l’occupazione: il 68% degli intervistati prevede un aumento della disoccupazione nel prossimo anno, in aumento rispetto al 58% di febbraio e di poco al di sotto del recente picco del 69% di novembre 2025. Livelli storicamente coerenti con perdite di posti di lavoro e contrazioni economiche. È importante notare che il 98% di queste interviste è stato completato prima dell’annuncio del cessate il fuoco del 7 aprile, e molti intervistati hanno esplicitamente attribuito al conflitto all’estero le loro prospettive economiche sfavorevoli.
Riflessi sulla crescita e attesa sugli utili
Queste crescenti preoccupazioni sembrano già riflettersi sulla crescita economica complessiva. La scorsa settimana è stato pubblicato un rapporto relativamente debole sul reddito e la spesa personale (PWA) dell’Ufficio di analisi economica statunitense, che ha evidenziato un modesto aumento dello 0,1% della spesa reale dei consumatori a febbraio, dopo nessun incremento a gennaio.
Da almeno due settimane, l’attenzione del mercato si è spostata sugli utili aziendali, a partire dalle principali banche. Sebbene l’economia mostri segnali contrastanti, gli investitori hanno trovato conforto nelle solide previsioni sugli utili per il 2026, che hanno resistito alle impennate dei prezzi del petrolio e alle preoccupazioni economiche più generali. Poiché gli analisti sono spesso lenti nell’aggiornare le proprie aspettative, i commenti dei dirigenti nelle prossime settimane saranno cruciali per verificare come le aziende stiano effettivamente gestendo l’inflazione e i costi energetici più elevati.
Le prossime settimane saranno decisive. “Crediamo che si determineranno molti aspetti del panorama geopolitico e del suo impatto sulla crescita economica”, conclude Tognoli. “Sebbene l’economia statunitense sembri rimanere resiliente, i prezzi elevati del petrolio e le tensioni globali rappresentano dei rischi. Il modo più efficace per affrontare i periodi di incertezza è quello di rimanere investiti, mantenere un portafoglio ben diversificato e restare concentrati sugli obiettivi a lungo termine”.
