Azionario in rotazione verso la “old economy”: opportunità e rischi

Dopo anni di leadership incontrastata dei titoli tecnologici, i mercati azionari stanno vivendo una fase di profonda rotazione settoriale. Petrolio e gas, chimica, trasporti, beni di consumo di base e banche regionali stanno tornando protagonisti, sovraperformando da quando, a fine dello scorso anno, la corsa del tech ha iniziato a perdere slancio.

Secondo Antonio Tognoli, responsabile macro analisi e comunicazione di Cfo Sim, “non si tratta di un evento sporadico, ma di un trend sostenuto da valutazioni più interessanti, da un’accelerazione degli utili e dalla necessità di diversificare, riducendo l’esposizione ai titoli growth a mega-cap che erano diventati affollati”.

Un contesto macro favorevole

La rotazione si inserisce in uno scenario economico che resta solido, soprattutto in Nord America. “La spesa delle famiglie a reddito più elevato continua a sostenere la domanda, mentre il recente sostegno fiscale negli Stati Uniti dovrebbe tradursi in maggiori rimborsi e in nuovi investimenti aziendali”, osserva Tognoli. A questo si aggiunge l’incremento della spesa in conto capitale legata all’intelligenza artificiale.

Gli economisti hanno rivisto al rialzo le stime sul Pil statunitense, prevedendo una crescita del 2,5% nel 2026. “Riteniamo che l’economia nordamericana possa crescere a un ritmo superiore al trend storico, favorendo un ampliamento della crescita dei ricavi su un insieme più vasto di settori”, sottolinea l’esperto.

Tecnologia: utili solidi, ma valutazioni sotto pressione

La fase di debolezza del comparto tecnologico non è legata a un deterioramento degli utili. Anzi, le stime indicano una crescita di circa il 30% nel 2026, il ritmo più sostenuto tra gli 11 settori dell’S&P 500.

Il punto è un altro. “La recente flessione è stata determinata interamente dalla compressione delle valutazioni”, spiega Tognoli. Il rapporto prezzo/utili prospettico è sceso da 32 a 24, segnale che il mercato sta ricalibrando quanto è disposto a pagare per quei profili di crescita.

I timori sull’intelligenza artificiale

Tra i fattori che pesano sulle valutazioni, emergono le preoccupazioni per la disruption legata all’intelligenza artificiale. La diffusione di nuovi strumenti capaci di automatizzare attività in ambiti legali, finanziari e di marketing ha alimentato i timori di un’accelerazione della concorrenza e di una possibile obsolescenza di alcune suite software tradizionali.

“Le vendite nel software sono state ampie e indiscriminate e in alcuni casi le valutazioni già riflettono un significativo rischio di disruption rispetto ai fondamentali attuali”, evidenzia Tognoli. Anche se, aggiunge, “ci aspettiamo vincitori e vinti, ma oggi è difficile distinguerli. La volatilità resterà elevata e un approccio diversificato tra aziende e modelli di business appare più prudente”.

La corsa agli investimenti e il nodo del debito

A complicare il quadro è la forte accelerazione degli investimenti in intelligenza artificiale. Alphabet e Amazon hanno annunciato piani di spesa in conto capitale per il 2026 rispettivamente nell’ordine di 180 e 200 miliardi di dollari, in crescita marcata rispetto al 2025.

“Questi investimenti sostengono l’intero ecosistema tecnologico e hanno ricadute positive sull’economia, ma sollevano interrogativi sulla capacità di generare rendimenti adeguati”, afferma Tognoli. Inoltre, le big tech stanno facendo maggiore ricorso al debito, abbandonando modelli storicamente a basso impiego di capitale. “Più debito significa più rischio e quindi, a parità di condizioni, valutazioni più contenute”.

Meno appetito per il rischio

Il raffreddamento del tech si inserisce in un contesto più ampio di riduzione della propensione al rischio. Criptovalute in forte calo, con il bitcoin in ribasso di quasi il 50% negli ultimi quattro mesi, e metalli preziosi in correzione, pur restando sopra i livelli di un anno fa.

“Queste inversioni nelle negoziazioni guidate dal momentum segnalano un raffreddamento del comportamento speculativo, probabilmente influenzato anche dal messaggio della Fed che lascia intendere una pausa prolungata nei tagli dei tassi”, osserva Tognoli.

Cfo Sim resta scettica sul Bitcoin: “Non ne vediamo un valore intrinseco né un’utilità di lungo termine”. Diverso il discorso per l’oro, che “può offrire benefici di diversificazione e rendimenti non correlati, pur con una volatilità storicamente elevata e rendimenti inferiori alle azioni su orizzonti lunghi”. Per chi teme rischi estremi, una quota contenuta può rappresentare “una forma di assicurazione”.

Nessuna recessione all’orizzonte

Nonostante la volatilità, lo scenario di base resta costruttivo. “Una R che non prevediamo nel 2026 è la recessione”, afferma Tognoli. Gli indicatori anticipatori suggeriscono anzi un rafforzamento del ciclo industriale, con l’indice ISM manifatturiero statunitense ai massimi di espansione dal 2022.

“Il rimbalzo dell’attività manifatturiera indica una riaccelerazione che tende a favorire i settori ciclici e sensibili all’economia, sostenendo l’ampliamento della performance del mercato azionario”, spiega.

Portafogli: più diversificazione e spazio per mid e small cap

In chiave di asset allocation, la natura rotazionale del mercato sta creando nuove opportunità. Il settore tecnologico dell’S&P 500 tratta ora a multipli inferiori alla media quinquennale e in linea con il range storico decennale.

“Per gli investitori sottoesposti, l’attuale fase di avversione al rischio può offrire occasioni per incrementare la tecnologia e le large cap statunitensi, anche se molti potrebbero essere già sovrappesati”, avverte Tognoli. Interessanti, secondo Cfo Sim, le mid-cap statunitensi, le small e mid-cap dei mercati sviluppati esteri e i mercati emergenti.

In sintesi

In definitiva, rotazione e riprezzamento potrebbero mantenere elevata la volatilità nel breve periodo. Ma, conclude Tognoli, “consideriamo questa fase come un riequilibrio che normalizza le valutazioni e amplia le opportunità in un mercato meno concentrato sulla sola crescita”.