In un panorama economico globale segnato da incertezza politica e volatilità dei mercati, gli investitori sono alla ricerca di punti di riferimento stabili. Secondo Johann Plé, senior portfolio manager, Fixed Income di Axa IM (Bnp Paribas AM), una delle risposte più convincenti potrebbe arrivare dal Vecchio Continente. Nonostante le turbolenze, il reddito fisso in euro presenta caratteristiche uniche per affrontare le sfide del 2026.
In un contesto di maggiore incertezza economica e politica e di volatilità dei mercati, un approccio flessibile e dinamico dovrebbe consentire agli investitori di attraversare le diverse fasi del ciclo. Nel 2025 il reddito fisso in euro è divenuto un punto di riferimento per gli investitori alla ricerca di diversificazione rispetto all’incertezza legata alle politiche statunitensi. Attualmente le preoccupazioni sui dazi USA si sono attenuate e la nomina di un nuovo presidente della Federal Reserve appare meno controversa. In Europa, invece, un allentamento fiscale ha incrementato un’offerta di debito già consistente. In questo scenario, il reddito fisso in euro può ancora risultare attrattivo?
Secondo gli esperti di AXA IM, la risposta è sì. Ecco i cinque motivi principali per mantenerlo saldamente in portafoglio.
1. Una galassia di opportunità
Il mercato obbligazionario europeo non è un monolite, ma un universo variegato. Non si limita ai titoli di Stato, ma offre accesso a un’ampia gamma di titoli sovrani, quasi-sovrani e obbligazioni corporate sia investment grade sia high yield.
“Nel 2025, sebbene il debito sovrano non abbia contribuito in modo significativo ai rendimenti complessivi, alcuni Paesi hanno registrato performance nettamente superiori”, spiega Plé, sottolineando come “il debito sovrano ‘periferico’, ad esempio, ha sovraperformato i titoli core dell’area euro di quasi il 3%, grazie a una maggiore disciplina fiscale e a prospettive di crescita più favorevoli”. Anche il credito investment grade in euro ha evidenziato solidità, con rendimenti superiori al 3%, mentre il segmento subordinato investment grade ha superato il 5%. “Questa pluralità di fonti di rendimento”, conclude il manager, “evidenzia come la gestione attiva possa incidere in modo determinante sui risultati e offrire opportunità anche nel 2026”.
2. Rendimenti ai massimi storici (ecco il dato che conta)
In un’epoca di tassi in movimento, i rendimenti dei bond europei sono tornati a livelli che non si vedevano da oltre un decennio, offrendo un punto di ingresso interessante.
“Con un rendimento vicino al 3%, il Bund tedesco decennale è tornato sui livelli del 2011, ben al di sopra della media ventennale dell’1,8%”, afferma Plé. Un dato ancora più significativo, però, è la diminuzione della volatilità: “I rendimenti sono saliti senza un corrispondente aumento della volatilità, un elemento rilevante: i rendimenti dei Bund decennali risultano elevati non solo in termini storici ma anche su base corretta per la volatilità”. Questo rende le obbligazioni in euro interessanti sia in termini assoluti sia relativi, specialmente se paragonate ai Treasury USA, il cui rendimento al netto della copertura del rischio cambio si attesta intorno al 2,50%.
3. Fondamentali solidi: l’Europa è in vantaggio
Mentre gli Stati Uniti combattono con un’inflazione ancora sopra il target e un deficit pubblico in espansione, l’Eurozona mostra fondamentali macroeconomici più disciplinati.
“L’inflazione si colloca ora sul target del 2% fissato dalla Bce, e potrebbe scendere ulteriormente nel 2026”, spiega Plé. “Anche considerando il piano fiscale tedesco, il deficit di bilancio dell’area euro dovrebbe mantenersi poco sopra il 3% del PIL, un quadro ben diverso da quello statunitense, dove l’inflazione resta superiore al target della Fed e il disavanzo potrebbe avvicinarsi al 6%”. Con l’inflazione sotto controllo, migliori prospettive di crescita e tassi ufficiali in territorio neutrale, “il reddito fisso in euro appare ben posizionato”.
4. La funzione “cuscino” contro le tempeste dei mercati
In un portafoglio multi-asset, la funzione principale delle obbligazioni non è solo quella di generare reddito, ma anche di proteggere il capitale nei momenti di stress.
“Il reddito fisso svolge tradizionalmente una funzione difensiva in un’allocazione multi-asset globale”, ricorda Plé. “Nei periodi di avversione al rischio, quando i mercati azionari scendono, le obbligazioni dovrebbero fungere da ammortizzatore grazie al calo dei rendimenti”. In questo contesto, il reddito fisso in euro gioca un ruolo speciale: “presenta la correlazione più bassa con l’azionario rispetto ad altri segmenti obbligazionari, appare particolarmente adeguato e può svolgere una funzione di bene rifugio”. Dopo anni di rally azionari, la protezione dai ribassi torna quindi centrale.
5. La volatilità non è un rischio, ma un’opportunità
L’era dei tassi zero e della calma piatta è finita. La volatilità, pur in calo rispetto ai picchi del 2022-2023, è destinata a rimanere, offrendo terreno fertile per chi sa gestirla attivamente.
“Pur essendo diminuita nel 2025, la volatilità del reddito fisso in euro rimane superiore alla media degli ultimi dieci anni”, osserva Plé. “È soprattutto la componente tassi ad aver determinato l’aumento… Questo contesto crea margini per una gestione attiva della duration”. “Una gestione flessibile”, aggiunge, “consente non solo di attenuare le fasi di sell-off, ma anche di sfruttare pienamente i rally dei tassi. In un mondo caratterizzato da imprevedibilità e rischi di coda multipli, la volatilità è destinata a persistere, così come le opportunità di migliorare il profilo rischio-rendimento”.
Un alleato per il portafoglio, non una soluzione isolata
In sintesi, la view di Axa IM per il 2026 è chiara. Il reddito fisso in euro merita attenzione non tanto come investimento stand-alone, ma come componente strategica di un’allocazione più ampia e diversificata.
“Offre un’esposizione liquida e diversificata a titoli sovrani, quasi-sovrani e credito investment grade, con molteplici leve di performance, dalla gestione della duration all’allocazione settoriale e geografica”, conclude Johann Plé. “In un contesto di spread creditizi storicamente compressi, l’assunzione di rischio aggiuntivo non è necessariamente remunerata in modo adeguato. Un’esposizione diversificata e flessibile alle obbligazioni in euro può dunque essere rilevante”.
