Inflazione Usa e Bce, settimana decisiva per i mercati. Cfo Sim: “Nessuna svalutazione del dollaro”

La settimana che prende il via oggi si preannuncia particolarmente intensa per i mercati finanziari, con due fronti caldi pronti a catalizzare l’attenzione degli investitori. Da un lato, l’andamento dell’inflazione negli Stati Uniti, dall’altro le decisioni di politica monetaria della Banca Centrale Europea. Un quadro complesso in cui è fondamentale distinguere il segnale dal rumore, come sottolinea Antonio Tognoli, responsabile macro analisi e comunicazione di Cfo Sim.

L’inflazione Usa al centro del gioco

Oggi i mercati statunitensi resteranno chiusi per la festività del Labor Day, ma l’attenzione è già proiettata sulla seconda parte della settimana. Il primo appuntamento di rilievo è previsto per giovedì con la pubblicazione del Producer Price Index (PPI) di agosto. Come ricorda Tognoli, “il dato, pur non essendo il più seguito in assoluto, offre spesso indicazioni anticipate su come si stanno muovendo i prezzi alla produzione e può influenzare le aspettative sulla Fed“. Il vero momento clou, tuttavia, arriverà venerdì con il Consumer Price Index (CPI) di agosto, sia nella lettura headline che in quella core, accompagnato dalla stima preliminare del sentiment dei consumatori dell’Università del Michigan.

Secondo l’esperto di Cfo Sim, dopo i dati sul mercato del lavoro, “il CPI sarà probabilmente il pezzo del puzzle più importante per capire se l’inflazione americana sta davvero proseguendo nel suo percorso di discesa oppure se mostra ancora segnali di resistenza”. Le conseguenze per i mercati sono chiare: “Un dato più caldo del previsto potrebbe raffreddare le speranze di tagli imminenti dei tassi, mentre una sorpresa al ribasso darebbe nuova spinta alle aspettative di allentamento monetario“.

Focus sulla riunione della BCE

Sul fronte europeo, l’attenzione si concentra sulla riunione della BCE prevista per giovedì. Oltre alla decisione sui tassi di interesse, i mercati ascolteranno con attenzione le parole della presidente Christine Lagarde nella conferenza stampa, alla ricerca di indizi sul percorso futuro della politica monetaria. Oggi, intanto, arriverà la stima finale del PIL dell’Eurozona relativa al secondo trimestre, accompagnata da alcuni dati sulla produzione industriale, in particolare dalla Germania, utili per confermare il quadro di crescita moderata che già emergeva dalle stime precedenti.

Tesoro Usa: nessuna “svalutazione” all’orizzonte

Un tema che ha generato qualche preoccupazione tra gli investitori è stato il recente annuncio del Tesoro statunitense riguardante l’utilizzo delle riserve di denaro accumulate. Alcuni hanno temuto che Washington stesse attingendo a queste riserve come segnale di una possibile “svalutazione” del dollaro o di stampa di moneta incontrollata. Tuttavia, Tognoli invita alla calma, definendo questi timori “esagerati”. “Non si tratta di un governo che mette in moto la macchina da stampa”, spiega l’analista. “È più simile all’utilizzo di denaro già presente su un conto corrente per saldare una piccola parte del saldo di una carta di credito. Insolito? Sì. Una crisi valutaria? No”.

Per comprendere la manovra, è necessario guardare al Treasury General Account , il conto corrente del Governo federale, alimentato da tasse e vendita di obbligazioni. Questo conto ha raggiunto quasi 950 miliardi di dollari, ben al di sopra del suo cuscinetto tipico di 550-650 miliardi. Il Segretario al Tesoro Bessent ha recentemente raddoppiato le dimensioni di un programma di riacquisto di vecchie obbligazioni governative, ventilando l’idea di utilizzare parte di questa riserva di liquidità per finanziare tali riacquisti, anziché emettere nuovi titoli a breve termine.

Tognoli chiarisce il punto: “La preoccupazione di chi sostiene la svalutazione è che questa operazione sembri un’operazione di stampa di nuova moneta da parte della Fed per acquistare debito pubblico. Ma non è questo il punto. La Fed non è coinvolta. Il Tesoro utilizzerebbe liquidità già in suo possesso – denaro già depositato nei conti pubblici – per riacquistare obbligazioni già detenute dagli investitori. Non viene creata nuova moneta e l’operazione in sé non aumenta l’ammontare totale del debito pubblico. È più simile a tirare fuori qualche moneta da sotto i cuscini del divano che a installare una stampante di denaro in salotto”.

Il vero problema resta il debito strutturale

Nonostante la rassicurazione sulla manovra del Tesoro, il quadro di fondo rimane complesso. “Questo non significa che gli investitori non debbano mantenere la giusta prospettiva”, avverte Tognoli. “Il problema principale non è cambiato. Il debito federale statunitense ha superato i 40 trilioni di dollari, i deficit non mostrano chiari segnali di riduzione e i tassi di interesse a lungo termine rimangono sensibili alle preoccupazioni relative all’indebitamento pubblico“. L’analista paragona l’operazione del Tesoro a “trovare denaro tra i cuscini del divano può essere d’aiuto per le spese correnti, ma non risolve i problemi di un bilancio familiare che continua a essere in rosso”.

La soluzione, secondo Tognoli, dovrà arrivare dalla politica: “Il Congresso ha già ridotto i deficit in passato e crediamo che l’aumento dei costi degli interessi e della spesa per la previdenza sociale, Medicare e Medicaid costringerà prima o poi i legislatori a riportare il bilancio in equilibrio”. Nel frattempo, la liquidità di riserva può aiutare il Tesoro a gestire le esigenze di finanziamento a breve termine, “ma non cambia i calcoli più ampi del mercato obbligazionario. L’elevato indebitamento pubblico, gli ampi deficit e il rischio di tassi a lungo termine ancora elevato rimangono fattori di rischio significativi per le obbligazioni a lungo termine”.

Riflessi sui portafogli: cautela sulle lunghe scadenze

Le considerazioni sul debito pubblico si traducono in precise indicazioni di portafoglio. “Gli investitori possono ancora detenere obbligazioni a lungo termine per ottenere un reddito e diversificare il portafoglio, ma riteniamo che l’esposizione debba essere limitata”, afferma Tognoli. “Rimaniamo in generale sfavorevoli alle obbligazioni a lungo termine perché crediamo che una piccola liquidità di riserva non risolva un problema di bilancio, ben più grande”.

Le implicazioni si estendono anche al mercato azionario. Se lo scenario è quello di “tassi lunghi alti più a lungo”, l’analista suggerisce di guardare con attenzione i settori bond-proxy come utility, immobiliare e infrastrutture regolate, e più in generale “le società i cui utili sono proiettati lontano nel tempo o che hanno molto debito a tasso variabile da rifinanziare”. Quanto all’oro e agli attivi reali, Tognoli li ritiene utili “come diversificatori strategici decisi a tavolino, non come acquisto d’impulso”.

I veri segnali da monitorare

Per orientarsi in questo contesto, l’invito è a guardare oltre il rumore di breve termine.”Il vero appuntamento da monitorare con massima attenzione è il Quarterly Refunding Announcement del Tesoro, perché è lì che si scopre come intende finanziarsi davvero. Se il mix si sposta verso le scadenze lunghe, quello sì che è un segnale”. Altri indicatori chiave sono “il premio a termine sul decennale e la pendenza tra due e trent’anni, che sono il termometro della fiducia fiscale”, oltre alle aste dei titoli lunghi, dove “un rapporto di copertura debole o una ‘coda’ ampia sono i primi sintomi di indigestione del mercato”.

La strategia suggerita è chiara: “Ignorare quindi il rumore, ridurre senza azzerare, spostare il peso sulle scadenze intermedie e sul credito di qualità e tenere pronto un piano di rientro sulle lunghe duration da attivare solo davanti a evidenze concrete”, conclude Tognoli, citando come possibili fattori scatenanti “una correzione fiscale credibile, oppure un premio a termine diventato talmente generoso da ripagare il rischio”.