Mercati, torna la sfida dei bond: l’IA non basta più a sostenere le azioni

Prezzi in rialzo, rendimenti obbligazionari in calo e titoli tecnologici sotto pressione. I mercati finanziari si trovano di fronte a uno scenario che mette in discussione alcune delle convinzioni più consolidate degli ultimi anni, tra il ritorno delle tensioni inflazionistiche, le incognite della politica monetaria e una competizione sempre più serrata nel settore dell’intelligenza artificiale. A complicare il quadro contribuiscono le tensioni geopolitiche e il rincaro dell’energia, con l’Europa particolarmente esposta ai rischi.

Donatella Principe, Head of Global Strategy di Intermonte, evidenzia come l’intreccio tra queste variabili stia ridisegnando le preferenze degli investitori, favorendo un ritorno di interesse per le obbligazioni governative e imponendo una maggiore selettività nei confronti dei titoli tecnologici. Il punto centrale non riguarda più soltanto il potenziale di crescita dell’intelligenza artificiale, ma la capacità delle aziende di trasformare gli ingenti investimenti in profitti sostenibili.

Inflazione e petrolio complicano le scelte della Fed

Il primo elemento di attenzione è rappresentato dal ritorno delle sorprese inflazionistiche su entrambe le sponde dell’Atlantico. Negli Stati Uniti, l’accelerazione dell’indice generale dei prezzi oltre le attese, accompagnata da un aumento anche della componente core, segnala che le pressioni inflazionistiche non sono riconducibili esclusivamente all’energia. Una dinamica che rende più difficile il percorso della Federal Reserve e alimenta i dubbi sulle prossime decisioni di politica monetaria.

Secondo Principe, il mercato si trova a valutare un equilibrio delicato tra la necessità di contenere l’inflazione e il rischio di compromettere la crescita. L’imminenza delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti contribuisce inoltre a rendere più complesso il quadro delle aspettative. Se un rialzo immediato dei tassi appare poco probabile, le prospettive per dicembre sono più significative, soprattutto alla luce delle nuove proiezioni dei membri della Fed.

«Il nodo sarà capire se la banca centrale americana potrà davvero mantenere invariati i tassi nel 2027», osserva l’analisi di Intermonte, considerando che i mercati stanno già incorporando la possibilità di altri due interventi. Il confronto tra le indicazioni ufficiali della banca centrale e le aspettative degli investitori sarà quindi determinante per orientare le quotazioni obbligazionarie e azionarie.

A rendere ancora più incerto lo scenario è il petrolio, che resta sopra i 100 dollari al barile e si avvicina alla soglia dei 110 dollari sotto la spinta delle tensioni nello Stretto di Hormuz. L’eventuale prolungamento delle interruzioni e dei rischi per le rotte marittime potrebbe tradursi in un nuovo aumento dei costi energetici e, di conseguenza, in ulteriori pressioni sui prezzi al consumo.

La crisi nel Golfo fa lievitare i costi dei trasporti

Le tensioni in Medio Oriente non riguardano soltanto le quotazioni del greggio. Gli attacchi alle petroliere e i rischi legati alla presenza di mine rendono più complicata la sicurezza dei collegamenti marittimi, con ripercussioni dirette sui costi della logistica internazionale.

Dall’inizio del conflitto, il costo del trasporto marittimo è aumentato del 134%, mentre i ricavi giornalieri delle superpetroliere impegnate sulle rotte dal Medio Oriente alla Cina sono cresciuti di sei volte. Incrementi di questa portata rischiano di propagarsi lungo le catene di approvvigionamento, alimentando i costi per imprese e consumatori.

Principe richiama l’attenzione anche sulle contraddizioni della strategia geopolitica americana. Mentre Washington cerca di contenere il prezzo dell’energia e rafforza i rapporti con Mosca, la sospensione per 60 giorni delle misure previste dal Graham Act si affianca alla decisione dell’Unione europea di approvare nuove sanzioni contro la Russia. Un quadro nel quale il tentativo di bilanciare pressioni e aperture diplomatiche aumenta l’incertezza per gli investitori.

Il rischio è che lo shock energetico finisca per incidere contemporaneamente sulla crescita economica e sull’inflazione, restringendo il margine di manovra delle banche centrali.

Perché i rendimenti dei Treasury scendono nonostante l’inflazione

In questo contesto, uno dei fenomeni più interessanti riguarda il mercato obbligazionario americano. Nonostante le pressioni sui prezzi e il rincaro del petrolio, i rendimenti dei Treasury sono in calo. Un movimento che può apparire controintuitivo, ma che riflette anche il miglioramento delle aspettative sul debito pubblico statunitense e la maggiore attrattività relativa delle obbligazioni rispetto alle azioni.

Un dato è particolarmente significativo: circa il 95% dei titoli dell’indice S&P 500 presenta un dividend yield inferiore al rendimento dei Treasury. Per gli investitori, dunque, i titoli di Stato tornano a rappresentare un’alternativa competitiva rispetto all’esposizione azionaria, soprattutto in una fase in cui i dubbi sulla sostenibilità dei profitti tecnologici aumentano.

Come sottolinea Principe, il cambiamento delle preferenze non riguarda soltanto il livello assoluto dei rendimenti, ma anche il rapporto tra remunerazione del capitale e rischio assunto. Gli investitori chiedono alle società quotate di destinare una quota maggiore degli utili alla distribuzione di dividendi, ma il 2026 segna una discontinuità rispetto alla lunga stagione caratterizzata da dividendi crescenti e massicci programmi di riacquisto di azioni proprie.

Le grandi aziende tecnologiche, infatti, devono finanziare una corsa agli investimenti nell’intelligenza artificiale sempre più onerosa. Per sostenere i progetti legati a infrastrutture, data center e capacità di calcolo, una parte crescente delle risorse viene assorbita dagli investimenti, mentre il ricorso al debito e agli aumenti di capitale può diventare necessario.

Ne deriva un apparente paradosso: i titoli di Stato recuperano appeal mentre una parte del comparto tecnologico, protagonista del rialzo dei mercati negli ultimi anni, perde terreno.

Semiconduttori, il mercato teme la compressione dei margini

Le ultime indicazioni provenienti dai principali produttori di semiconduttori confermano che la domanda legata all’intelligenza artificiale rimane robusta. I risultati di ASML e TSMC testimoniano la forza del ciclo degli investimenti, ma non risolvono un interrogativo fondamentale: quali aziende riusciranno a trasformare questa espansione in una redditività duratura?

È proprio su questo punto che si concentra una parte crescente delle preoccupazioni degli investitori. La flessione del Kospi sudcoreano e dell’indice americano dei semiconduttori SOX segnala il timore che l’ingresso di nuovi concorrenti possa ridurre i margini dei produttori attualmente dominanti. Tra i soggetti osservati figura CXMT, produttore cinese di memorie, la cui espansione si inserisce nel più ampio tentativo di Pechino di rafforzare la propria autonomia tecnologica.

Anche CoreWeave, società specializzata nella fornitura di capacità di calcolo per applicazioni di intelligenza artificiale, è finita sotto osservazione. I rendimenti delle sue obbligazioni e le quotazioni dei credit default swap, strumenti che offrono protezione contro il rischio di insolvenza, hanno raggiunto livelli che alimentano i timori sulla sostenibilità finanziaria del modello di business.

Per Principe, la questione è quindi più articolata della semplice crescita della domanda di chip e infrastrutture digitali. Il mercato deve stabilire se gli investimenti annunciati produrranno ritorni sufficienti a giustificare le valutazioni raggiunte e il capitale impegnato. Una domanda sostenuta non garantisce necessariamente margini elevati, soprattutto quando aumentano la concorrenza e il fabbisogno di finanziamenti.

IA, il calo dei prezzi mette alla prova i modelli di business

La pressione competitiva riguarda anche il mercato dei modelli di intelligenza artificiale. Dall’inizio del 2025, il costo dei token, le unità utilizzate per misurare l’elaborazione e l’utilizzo dei modelli, è diminuito del 40% per OpenAI e del 68% per Anthropic.

La riduzione dei prezzi può favorire una maggiore diffusione delle applicazioni e ampliare il numero degli utenti. È il meccanismo riconducibile al paradosso di Jevons, secondo cui un miglioramento dell’efficienza o una diminuzione del costo di una risorsa può determinarne un aumento dei consumi complessivi.

Resta tuttavia da verificare se la crescita dei volumi sarà sufficiente a compensare la contrazione dei ricavi unitari. Il problema diventa ancora più rilevante alla luce della concorrenza esercitata dai modelli open source cinesi, che possono aumentare la pressione sui prezzi e ridurre le barriere all’ingresso.

«La vera incognita è se la Cina riuscirà a replicare nell’intelligenza artificiale ciò che ha fatto nel mercato europeo delle auto elettriche», è il tema al centro dell’analisi di Intermonte. Nel settore automobilistico, l’espansione dei produttori cinesi ha contribuito ad aumentare la concorrenza, comprimere i margini e alimentare il rischio di eccesso di capacità produttiva. Un processo analogo nell’AI potrebbe mettere in discussione le aspettative di redditività costruite intorno alle società americane.

Il nodo, dunque, non è stabilire se l’intelligenza artificiale continuerà a diffondersi, ma comprendere chi sarà in grado di catturarne il valore economico. Se i costi continueranno a scendere più rapidamente dei prezzi praticabili sul mercato, anche aziende con tecnologie avanzate potrebbero incontrare difficoltà nel raggiungere i rendimenti attesi.

Semiconduttori e Magnifiche Sette, il consenso si raffredda

I dubbi sulla sostenibilità del ciclo tecnologico emergono anche dal posizionamento degli investitori. La scommessa al rialzo sui semiconduttori resta l’operazione più affollata per il sesto mese consecutivo, ma il consenso è sceso dall’82% registrato a luglio al 45%.

Il ridimensionamento non equivale necessariamente a un abbandono del settore, ma segnala una maggiore cautela dopo la lunga fase di entusiasmo. Gli investitori continuano a riconoscere le opportunità offerte dalla domanda di infrastrutture per l’intelligenza artificiale, ma appaiono meno disposti a considerare scontata la prosecuzione del rialzo.

Anche la posizione rialzista sulle Magnifiche Sette, il gruppo dei grandi colossi tecnologici statunitensi, perde forza. Presente tra le operazioni più popolari da 41 mesi, la strategia è scesa al terzo posto, raccogliendo appena il 16% delle preferenze.

Secondo Principe, questi segnali sono coerenti con un mercato che sta progressivamente distinguendo tra le prospettive di crescita dell’intelligenza artificiale e le valutazioni delle società che ne guidano lo sviluppo. Il settore rimane centrale per l’economia globale, ma il suo successo tecnologico non garantisce automaticamente rendimenti elevati per gli azionisti.

Europa sotto pressione tra caro vita e disciplina fiscale

Se gli Stati Uniti devono affrontare il rischio di un’inflazione persistente e di una crescente incertezza sul ritorno degli investimenti tecnologici, l’Europa appare esposta a una combinazione di fragilità ancora più complessa.

Il caro vita alimenta il malcontento sociale e la polarizzazione politica, mentre i governi sono chiamati a conciliare richieste di maggiore spesa sociale con la necessità di mantenere sotto controllo i conti pubblici. In questo contesto tornano a farsi sentire i cosiddetti bond vigilantes, gli investitori obbligazionari che penalizzano con rendimenti più elevati i Paesi giudicati meno disciplinati sul piano fiscale.

Le conseguenze possono andare oltre l’andamento degli spread tra titoli di Stato. L’euro rimane vulnerabile alla forza del dollaro e all’evoluzione delle tensioni geopolitiche, mentre l’aumento dei costi energetici rischia di incidere sulla competitività delle imprese europee.

Principe evidenzia così una debolezza strutturale del Vecchio continente: la dipendenza dalle importazioni energetiche, la vicinanza ai fronti di crisi russo-ucraino e mediorientale e una posizione relativamente marginale nella nuova corsa agli investimenti nell’intelligenza artificiale. Fattori che possono rendere più difficile sostenere la crescita proprio mentre gli Stati Uniti e diverse economie asiatiche beneficiano delle opportunità offerte dalla trasformazione tecnologica.

Crescita globale sopra il 3%, ma aumentano le divergenze

Il nuovo World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale delinea uno scenario mondiale caratterizzato da una crescita ancora superiore al 3%, ma accompagnata da un’inflazione persistente e da differenze sempre più marcate tra le diverse aree geografiche.

La capacità di resistere allo shock energetico e di partecipare al ciclo degli investimenti nell’intelligenza artificiale diventa un elemento decisivo per le prospettive economiche dei singoli Paesi. Non tutte le economie, infatti, dispongono delle stesse risorse energetiche, infrastrutture tecnologiche e condizioni finanziarie per beneficiare di questa trasformazione.

In questo quadro, l’Europa rischia di trovarsi in una posizione particolarmente sfavorevole. La dipendenza energetica può amplificare gli effetti delle tensioni geopolitiche, mentre il ritardo nell’intelligenza artificiale limita la possibilità di intercettare una parte significativa dei nuovi investimenti e dei relativi guadagni di produttività.

La lettura di Intermonte invita quindi a guardare oltre le oscillazioni giornaliere dei mercati. La discesa dei rendimenti obbligazionari, la debolezza di alcuni segmenti tecnologici e la riduzione dell’entusiasmo per le strategie più affollate non sono necessariamente segnali contraddittori, ma possono riflettere un cambiamento nelle priorità degli investitori.

Il mercato obbligazionario torna a offrire alternative interessanti, mentre le aziende tecnologiche devono dimostrare che le risorse destinate all’intelligenza artificiale genereranno ritorni adeguati. Sullo sfondo, l’energia e la geopolitica continuano a condizionare le aspettative di inflazione e crescita.

Il messaggio che emerge dall’analisi di Principe è che la nuova fase dei mercati richiede maggiore selettività: non basta puntare sui settori destinati a crescere, occorre valutare anche la sostenibilità dei loro margini, il costo del capitale e la capacità di trasformare le opportunità tecnologiche in utili. Inflazione, petrolio e intelligenza artificiale stanno così ridefinendo, contemporaneamente, gli equilibri tra obbligazioni, azioni e aree geografiche.