I rendimenti dei Treasury statunitensi a dieci anni hanno toccato la soglia del 5%, un livello che riporta alla memoria stagioni finanziarie complesse e che accende il dibattito tra gli operatori di mercato. La domanda che tutti si pongono, spiega Arif Husain, Head of Global Fixed Income and CIO, Fixed Income di T. Rowe Price, non è tanto quanto i rendimenti siano saliti, ma se il 5% rappresenti un punto di arrivo o una tappa intermedia di un processo di lungo termine. “La questione principale per gli investitori è se tale soglia costituisca il punto di arrivo oppure un ulteriore passaggio all’interno di un processo di lungo termine di ricalibrazione del prezzo del debito governativo statunitense”, osserva Husain.
Lo scenario del 6%
Secondo l’analista, un rendimento del 5% per i Treasury a dieci anni, ed eventualmente un approdo al 6%, rientra appieno nella gamma dei possibili scenari. “Un rendimento del 5% per i Treasury a dieci anni – ed eventualmente un approdo al 6% – rientra appieno nella gamma dei possibili scenari”, afferma Husain, precisando che questa visione si fonda su tre elementi chiave: l’offerta imponente di debito sovrano, un’inflazione vischiosa e valutazioni poco attraenti sui Treasury a lunga scadenza.
L’offerta di debito sovrano
Il primo elemento è l’elevata quantità di debito pubblico che i mercati devono assorbire. “L’offerta di debito sovrano nei mercati sviluppati rimane consistente, in assenza di politiche di austerità fiscale”, sottolinea Husain. Gli Stati Uniti avevano evitato parte delle pressioni osservate in altri mercati sviluppati quando l’analista ha inizialmente formulato questa tesi, ma l’interrogativo di fondo rimane aperto: “Quale rendimento richiederanno in ultima analisi gli investitori per assorbire tale offerta?”, si chiede Husain.
Il ruolo dell’inflazione
Il secondo fattore cruciale è l’inflazione. “I mercati possono rapidamente concentrarsi sulla crescita e sul mercato del lavoro, rischiando di trascurare il pericolo di nuove pressioni inflazionistiche”, avverte Husain. In particolare, per le obbligazioni a più lunga duration, la persistente incertezza sull’inflazione può mettere in discussione l’opportunità di esporsi al rischio di durata. Un elemento, questo, che rende il quadro particolarmente insidioso per chi opera sulle scadenze più lontane.
La valutazione come fattore determinante
Il terzo pilastro della tesi riguarda la valutazione. “Gli investitori necessitano di un premio adeguato per uscire dalla liquidità e assumere un rischio di duration significativamente maggiore”, spiega Husain. Il rapporto tra liquidità e Treasury a più lunga scadenza è quindi essenziale per stabilire se le obbligazioni a lungo termine offrano un valore sufficiente. “La valutazione si conferma un fattore determinante”, aggiunge l’analista di T. Rowe Price.
I rischi per la tesi del rialzo
Tutto ciò non significa, però, che i rendimenti saliranno in linea retta. “Esistono infatti elementi di rischio anche per la tesi di un rialzo dei rendimenti”, precisa Husain. Uno di questi è rappresentato da un maggiore condizionamento della Federal Reserve sui tassi a lungo termine, che potrebbe spingere i rendimenti verso il basso, con potenziali ripercussioni sul dollaro statunitense e sull’inflazione. Un fattore che gli investitori farebbero bene a monitorare con attenzione.
La domanda fondamentale
Di conseguenza, al raggiungimento del 5%, la domanda fondamentale non è semplicemente quanto i rendimenti siano già saliti. “La domanda fondamentale non è semplicemente quanto i rendimenti siano già saliti, bensì se le forze che li hanno spinti a tale livello siano fondamentalmente mutate”, conclude Husain. In caso contrario, gli investitori non dovrebbero dare per scontato che il 5% rappresenti un punto di arrivo. “Gli investitori non dovrebbero dare per scontato che il 5% rappresenti un punto di arrivo”, ribadisce l’analista, lasciando intendere che il percorso di ricalibrazione del debito governativo statunitense potrebbe riservare ulteriori sorprese.
