Quanto costerebbe all’Europa un petrolio a 130 dollari?

La decisione della Banca centrale europea di alzare i tassi di interesse di 25 punti base, portando il tasso sui depositi al 2,50%, era ampiamente attesa dagli investitori. Il vero elemento di novità, secondo Gabriel Debach, market analyst di eToro, non è quindi tanto la decisione presa da Francoforte, quanto ciò che questa decisione ha iniziato a far immaginare ai mercati per i prossimi mesi.

“Ci sono decisioni di politica monetaria importanti per quello che fanno. Altre lo sono soprattutto per quello che costringono il mercato a immaginare dopo”, osserva Debach. Ed è proprio questo il caso della riunione della BCE: il rialzo era già quasi completamente incorporato nelle quotazioni, mentre è cambiata in modo significativo la percezione degli investitori sul percorso futuro dei tassi.

Le probabilità di nuovi rialzi aumentano

Alla fine di agosto il mercato attribuiva appena il 18,6% di probabilità a un ulteriore rialzo dei tassi già nella riunione del 29 ottobre. Dopo la riunione della BCE, questa percentuale è salita al 61%.

Ancora più marcato il cambiamento sulle aspettative per dicembre. Il 28 agosto gli operatori attribuivano soltanto l’11% di probabilità a un tasso sui depositi al 3% entro la fine dell’anno. Ora la probabilità è salita al 48,8%.

“In meno di due settimane, la probabilità attribuita a due ulteriori rialzi dopo quello di settembre è quasi quintuplicata”, sottolinea Debach. Un movimento che fotografa quanto rapidamente il mercato abbia modificato le proprie aspettative di fronte al nuovo scenario macroeconomico.

La BCE vede un’economia più resistente

Alla base di questo cambiamento ci sono anche le nuove proiezioni economiche elaborate dalla stessa BCE. L’economia europea ha mostrato una maggiore capacità di resistenza rispetto alle attese e le stime di crescita per il 2027 sono state riviste dall’1,2% all’1,4%. Parallelamente, però, le previsioni sull’inflazione sono salite dal 2,3% al 2,5%.

Secondo Debach, “Francoforte parte da un’economia europea che si è dimostrata più resistente del previsto”. Un elemento che rende più complesso per la banca centrale adottare un atteggiamento accomodante proprio mentre aumentano i rischi inflazionistici.

Tra i fattori che sostengono l’economia europea c’è anche la domanda mondiale collegata all’intelligenza artificiale. Gli investimenti legati all’AI continuano infatti a rappresentare un importante motore di crescita, contribuendo a compensare almeno in parte gli effetti negativi derivanti dalle tensioni geopolitiche e dall’aumento dei costi energetici.

Il petrolio torna a essere la variabile chiave

È tuttavia sul fronte dell’energia che si concentra una delle maggiori incognite per la politica monetaria europea. Le proiezioni della BCE includono infatti diversi scenari legati alla possibile persistenza dello shock energetico.

Nel quadro centrale, per il quarto trimestre del 2026 la BCE ipotizza un prezzo del petrolio intorno agli 88 dollari al barile e un prezzo del gas europeo vicino ai 60 euro per MWh. Nello scenario avverso, invece, il petrolio arriverebbe a 99 dollari e il gas a 77 euro. Nel caso più grave, le quotazioni salirebbero rispettivamente a circa 132 dollari e 130 euro per MWh.

“Gli scenari energetici della BCE diventano particolarmente interessanti se confrontati con ciò che sta accadendo oggi sui mercati”, spiega Debach. Il Brent è infatti arrivato intorno ai 105 dollari al barile, dopo aver toccato quota 110 dollari nella seduta, mentre il TTF europeo ha superato gli 82 euro per MWh.

“Petrolio e gas sono già sopra i livelli che, utilizzando le informazioni disponibili al 19 agosto, la BCE associava allo scenario adverse per il quarto trimestre”, evidenzia l’analista di eToro.

Il problema è soprattutto il 2027

Il confronto non significa automaticamente che l’economia europea sia già entrata nello scenario peggiore delineato dalla BCE. La persistenza dello shock, la sua trasmissione ai salari, l’impatto sui prezzi e le conseguenze sulla domanda globale possono infatti modificare radicalmente il risultato finale.

Ma è proprio guardando al 2027 che il rischio diventa più evidente. Nello scenario più grave ipotizzato dalla BCE, l’economia europea perderebbe circa un punto percentuale di crescita rispetto allo scenario centrale, mentre l’inflazione arriverebbe al 5,4%.

“È guardando al 2027 che si capisce perché Francoforte non possa ignorare il problema”, sottolinea Debach. Per la BCE si apre quindi un difficile equilibrio tra la necessità di contenere l’inflazione e quella di evitare che una stretta monetaria eccessiva finisca per aggravare il rallentamento economico.