Investimenti: per Barclays i robot umanoidi saranno il prossimo megatrend

In un futuro non troppo lontano, robot dalle sembianze umane potrebbero affiancarci in fabbrica, in ospedale, nei campi, svolgendo quei lavori ripetitivi, fisicamente impegnativi o pericolosi che sempre più persone rifiutano. È lo scenario tracciato da una ricerca di Barclays, intitolata “The future of work: AI gets physical“, che delinea come la convergenza tra intelligenza artificiale e robotica avanzata sia sul punto di varcare la soglia dei laboratori per entrare nella vita reale, con profonde implicazioni economiche, sociali e per gli investimenti.

Secondo il report, la spinta demografica è un motore cruciale: popolazioni che invecchiano, carenze di manodopera e preferenze lavorative in cambiamento stanno “aprendo la porta” a questi robot per ruoli essenziali in manifattura, logistica, agricoltura, sanità e ospitalità.

Il cuore tecnologico di questa rivoluzione risiede in ciò che Barclays definisce le “tre B“: Brains (cervello), Brawn (muscoli) e Batteries (batterie).

I progressi in questi tre campi hanno già prodotto un crollo dei costi stimato in 30 volte nell’ultimo decennio, passando da circa 3 milioni di dollari a circa 100.000 dollari a unità. Questo trend, unito a un’impennata degli investimenti (i finanziamenti venture capital hanno raggiunto gli 8,8 miliardi di dollari nel secondo trimestre del 2025), sta alimentando un’ondata di innovazione, con 21 nuovi modelli di robot umanoide lanciati solo nel 2025.

Il mercato, valutato oggi 2-3 miliardi di dollari, potrebbe esplodere con un valore di 200 miliardi entro il 2035. Questa crescita segnala un nuovo grande tema d’investimento: la “Physical AI”, l’IA fisica, che porterà alla ribalta aziende industriali – produttori di attuatori, componenti di precisione, leader dell’automazione – spesso assenti nella prima ondata di IA, incentrata sul software.

La geopolitica della produzione sarà cruciale. Attualmente la Cina è leader nella produzione e nello spiegamento, grazie a prezzi aggressivi, supporto governativo e controllo delle materie prime critiche. Tuttavia, l’Europa potrebbe giocare un ruolo da protagonista grazie alla sua solida “eredità automobilistica”. L’Europa, con la Germania in testa, è il principale fornitore mondiale di sistemi ad attuatori (34% della quota globale), e il know-how decennale nella meccanica di precisione del settore auto potrebbe essere riconvertito.

L’impatto sul mondo del lavoro potrebbe essere trasformativo. Questi robot non sono pensati per sostituire l’uomo, ma per integrarlo, prendendosi carico dei compiti più gravosi. E in settori sotto pressione demografica come l’assistenza sanitaria o l’agricoltura, potrebbero alleviare carenze croniche. La loro capacità di operare quasi in continuo, anche con un’efficienza pari alla metà di quella umana, garantirebbe un output superiore.

Il report non ignora le sfide etiche e politiche. “The overarching challenge is to ensure that the benefits of humanoid robotics are shared equitably“, avvertono gli analisti, sollecitando interventi in materia di riqualificazione, regolamentazione e meccanismi di welfare.

La strada è tracciata: dall’Unimate della General Motors nel 1961 ad AlphaGo nel 2017, l’automazione ha conquistato prima la forza, poi la cognizione. Oggi, con l’IA che diventa fisica, si prepara a unire entrambe, promettendo di ridisegnare non solo il lavoro, ma intere catene del valore industriali del XXI secolo.