Il 2026 si annuncia come un passaggio cruciale per i mercati emergenti, con un fitto calendario elettorale destinato a incidere sugli equilibri politici ed economici di diverse aree del mondo. Dall’America Latina all’Europa centrale fino al Sud-est asiatico, le elezioni potrebbero ridisegnare alleanze, politiche fiscali e prospettive di crescita. Secondo Mali Chivakul, emerging markets economist di J. Safra Sarasin, “il ciclo elettorale del 2026 rappresenta un test importante per la resilienza macroeconomica dei mercati emergenti, in un contesto globale ancora incerto”.
America Latina tra svolte politiche e continuità macroeconomica
In America Latina, il 2026 vedrà al voto Perù, Colombia e Brasile. Negli ultimi anni la regione ha mostrato una crescente apertura verso governi più rigidi, una tendenza che, secondo Chivakul, “potrebbe favorire un rafforzamento dei legami politici e strategici con gli Stati Uniti”.
Perù, frammentazione politica ma fondamentali solidi
Le elezioni politiche peruviane sono fissate per il 12 aprile. Il Paese arriva al voto dopo anni di instabilità politica e una lunga sequenza di presidenti impopolari. L’ex presidente Dina Boluarte, salita al potere nel 2022 dopo l’impeachment e l’arresto di Pedro Castillo, è stata recentemente destituita e sostituita dal presidente del Congresso.
Nonostante il clima politico turbolento, la stabilità macroeconomica non è stata compromessa. “Il Perù dimostra come una gestione prudente delle politiche economiche possa reggere anche a un contesto politico estremamente frammentato”, osserva Chivakul. I sondaggi indicano in testa Rafael López Aliaga, ex sindaco di Lima, e Keiko Fujimori, già protagonista delle elezioni del 2021 perse di misura contro Castillo.
Colombia, una corsa aperta e un’economia in crescita
In Colombia le elezioni parlamentari si terranno l’8 marzo, seguite dalle presidenziali del 31 maggio. L’attuale presidente Gustavo Petro non può ricandidarsi, ma il suo partito, Pacto Histórico, resta competitivo. Il candidato Ivan Cespada è testa a testa con il centrista Sergio Fajardo, mentre una larga fetta dell’elettorato rimane indecisa.
Petro ha puntato su una politica fiscale espansiva, in un contesto di crescita economica sostenuta: il PIL nel terzo trimestre ha segnato un +3,6% su base annua, il livello più alto dal 2022. “La dinamica della crescita potrebbe diventare un fattore decisivo nella scelta degli elettori”, sottolinea Chivakul.
Brasile, Lula favorito ma incognita opposizione
Il 4 ottobre sarà la volta del Brasile. Il presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha annunciato l’intenzione di ricandidarsi. Jair Bolsonaro è fuori gioco, escluso dalla competizione elettorale e attualmente detenuto. Resta però aperta la questione di chi rappresenterà la destra: tra i nomi circolano membri della famiglia Bolsonaro e il governatore di San Paolo, Tarcisio de Freitas.
“Lula continua a godere di un ampio consenso e guida i sondaggi, ma l’assetto finale della competizione dipenderà dalla capacità dell’opposizione di compattarsi”, afferma Chivakul.
Ungheria, la sfida più dura per Orbán
In Europa centrale, l’Ungheria andrà alle urne nell’aprile 2026. Per la prima volta da anni, il premier Viktor Orbán affronta una sfida credibile. I sondaggi danno in vantaggio Peter Magyar e il suo nuovo partito Tisza rispetto al Fidesz.
La risposta di Orbán è stata un allentamento degli obiettivi di deficit per il 2025 e il 2026, accompagnato da un aumento della spesa pre-elettorale. I mercati hanno reagito negativamente, con un rialzo dei rendimenti obbligazionari di circa 30 punti base. La Banca nazionale ungherese ha assunto un tono restrittivo e dovrebbe mantenere i tassi invariati fino al voto. “Una vittoria di Tisza potrebbe sbloccare l’accesso ai fondi UE e rilanciare un’economia oggi tra le più deboli dell’Europa centro-orientale”, evidenzia Chivakul.
Thailandia, elezioni anticipate e riforme attese
In Thailandia, dopo la destituzione di Paetongtarn Shinawatra da parte della Corte costituzionale, a settembre si è insediato un nuovo governo guidato da Anutin Charnvirakul. Il premier ha formato un esecutivo di minoranza e raggiunto un accordo con il Partito Popolare, impegnandosi a sostenere la riforma costituzionale e a sciogliere il parlamento entro quattro mesi.
Le elezioni del primo trimestre del 2026 restano aperte. Il Partito Popolare mantiene un forte consenso tra giovani e elettori urbani, mentre il partito di Anutin ha guadagnato credibilità con la nomina di tecnici di fiducia, pur subendo critiche per la gestione delle recenti inondazioni. “Qualunque sia l’esito, il nuovo mandato potrebbe offrire l’occasione per avviare riforme strutturali fondamentali per sostenere la crescita”, conclude Chivakul.
