Inflazione Usa in calo e crescita europea più forte: cosa cambia per mercati e investitori

La discesa a sorpresa dell’inflazione negli Stati Uniti e il miglioramento delle stime di crescita del Pil europeo sono stati i due segnali macroeconomici più rilevanti emersi nelle ultime ore. Dati che rafforzano l’idea di una fase di transizione per la politica monetaria americana e aprono nuove riflessioni sulle strategie di investimento.

Secondo Antonio Tognoli, responsabile macro analisi e comunicazione di Cfo Sim, “due sono le notizie importanti di ieri: la discesa dell’inflazione degli Stati Uniti e il rialzo delle stime di crescita del PIL dell’Europa”. L’inflazione statunitense di novembre ha infatti registrato un +2,7% su base annua, nettamente inferiore alle attese di +3,1% e in calo rispetto al +3% di settembre. Al netto di cibo ed energia, l’indice core è cresciuto del 2,6% negli ultimi dodici mesi.

Entrando nel dettaglio delle componenti, l’indice energetico è salito del 4,2%, con la benzina in aumento dello 0,9%, mentre l’abbigliamento ha segnato un +0,2%. L’indice alimentare è cresciuto del 2,6% su base annua. Un quadro che, secondo Tognoli, va letto anche alla luce del rallentamento dell’attività economica: “Guardando al netto peggioramento del PhillyFed di dicembre (-10,2 punti contro +2,5 atteso e -1,7 a novembre) sembrerebbe che la minore crescita dell’inflazione rispetto alle attese sia anche in parte dovuta alla contrazione dell’attività manifatturiera”.

Sul fronte del mercato del lavoro, le richieste settimanali di sussidi di disoccupazione si sono attestate a 224mila unità, in linea con le attese e in calo rispetto alle 237mila della settimana precedente.

Dati che alimentano il dibattito sul futuro delle mosse della Fed. “Siamo all’inizio della fine dell’allentamento della Fed? Domanda lecita”, osserva Tognoli. “Anche se pensiamo di essere prossimi alla fine del ciclo di allentamento, guardando al 2026 sembra esserci ancora spazio per uno o forse due tagli, lasciando poi i tassi di interesse tra il 3% e il 3,5%”.

Un’ulteriore riduzione del costo del denaro potrebbe essere giustificata da un indebolimento più marcato del mercato del lavoro, in particolare all’inizio del 2026. Le buste paga non agricole di novembre mostrano un incremento di 64mila occupati, meglio delle attese ma ancora insufficiente, secondo Tognoli, per sostenere una crescita robusta del Pil. “Ulteriori incrementi lenti con l’avvicinarsi del 2026 suggerirebbero quindi un ulteriore allentamento, soprattutto vista la recente sensibilità della Fed a questi rischi”, afferma, sottolineando anche l’importanza di monitorare la spesa dei consumatori. In questo senso, le vendite al dettaglio di ottobre hanno rallentato il passo, con una crescita del 3,5% contro il 4,2% di settembre, pur restando su livelli positivi.

Il rischio, però, è quello di un allentamento eccessivo. “Con l’inflazione ancora ben al di sopra del suo obiettivo del 2% e con una previsione di mantenimento fino al 2026, riteniamo che la Fed debba tenere presente che un allentamento eccessivo della politica monetaria potrebbe esacerbare le pressioni sui prezzi”, avverte Tognoli. “Il peggio sarebbe poi fare marcia indietro costretti da un’inflazione che riprende a correre”.

Dal punto di vista degli investitori, le indicazioni emerse dalle recenti riunioni delle banche centrali sono rilevanti. I rendimenti sulla liquidità e sugli strumenti a brevissimo termine negli Stati Uniti sono già scesi in modo significativo e, secondo Cfo Sim, potrebbero continuare a calare nel corso del prossimo anno se la Fed procederà con nuovi tagli.

In questo contesto, gli analisti suggeriscono di valutare uno spostamento verso scadenze più lunghe della curva dei rendimenti, per intercettare ritorni leggermente superiori. Il rendimento del Treasury decennale USA, risalito dal 4% minimo del 2025 a circa il 4,2% attuale, è atteso rimanere in un range compreso tra il 4% e il 4,5%.

Per chi ha una maggiore tolleranza al rischio e orizzonti temporali più lunghi, l’indicazione è quella di aumentare l’esposizione azionaria rispetto alle obbligazioni, privilegiando portafogli diversificati tra Stati Uniti e mercati internazionali. Sul mercato americano, l’attenzione resta sulle azioni a grande capitalizzazione, per mantenere l’esposizione al ciclo di investimenti legato all’intelligenza artificiale. Allo stesso tempo, la recente rotazione settoriale evidenzia i benefici della diversificazione, con opportunità anche tra le small e mid cap, che potrebbero beneficiare di una crescita più stabile e di tassi di interesse più bassi.

Infine, la diversificazione geografica resta un elemento chiave per rafforzare la resilienza dei portafogli. Le azioni internazionali e quelle dei mercati emergenti appaiono interessanti, grazie a prospettive di utili solide e a valutazioni più contenute rispetto ai titoli statunitensi a grande capitalizzazione. Un mix che, in una fase di incertezza macroeconomica, può contribuire a bilanciare rischio e rendimento.